Nel post precedente abbiamo detto che la sostenibilità è un percorso, non un traguardo. Adesso ti raccontiamo come in Bludata stiamo affrontando, in concreto, le prime tappe.
Da qualche mese abbiamo iniziato una formazione sulla sostenibilità con Strategy Innovation, un programma strutturato in quattro incontri. L’obiettivo non è arrivare alla fine con un certificato in più, ma capire cosa significa, davvero, costruire un’azienda sostenibile.
Al primo incontro abbiamo imparato la cosa più importante: la sostenibilità non è una campagna di marketing.
Lo diciamo perché è la trappola più frequente: si confonde la sostenibilità con la comunicazione della sostenibilità. Si pensa che basti raccontarsi bene, mostrare un logo verde, parlare di rispetto dell’ambiente e il lavoro sia fatto.
Non funziona così.
Intanto perché con “Sostenibilità” non parliamo solo di ambiente.
Definizione di E.S.G.
Il termine “sostenibilità” è una sintesi usata per praticità che però oggi comprende tre aspetti: ambiente, sociale e governance (E.S.G. in inglese: Environmental, Social, and Governance). Si tratta dei tre pilastri fondamentali utilizzati per valutare l’impegno di un’organizzazione o di un’azienda in termini di sostenibilità e responsabilità etica.
Per capire se un’azienda è davvero orientata alla sostenibilità, durante la formazione abbiamo imparato a guardare quattro cose: solidità, precisione, innovatività, coerenza dei programmi e delle strategie sui temi della sostenibilità. Quattro parole che funzionano come una bussola, ti permettono di capire dove sei e di non confondere il rumore con il segnale.
Solidità
Precisione
Innovatività
Coerenza dei programmi e delle strategie
Pensa a un’azienda qualsiasi che decida di “diventare sostenibile”: mette i cestini per la raccolta differenziata in ufficio, regala borracce in acciaio ai dipendenti, organizza la giornata di pulizia del parco. Sono cose buone, intendiamoci, ma se non sono inserite in un contesto, restano gesti.
Si parte dai dati (e a noi piace la concretezza dei dati!): quanti rifiuti produci, quanta energia consumi, quali fornitori scegli e perché, quanto pesa la tua catena del valore, in termini ambientali e sociali. Solo a partire da qui puoi decidere cosa cambiare, in che ordine, con quali obiettivi. Abbiamo però detto che è un percorso e, come tale, il raggiungimento della mèta non è immediato.
Percorso di sostenibilità: da dove iniziare?
Nel nostro caso, stiamo iniziando a misurare, guardando i nostri processi, le scelte che facciamo da anni quasi senza accorgercene, le aree dove potremmo migliorare. È un esercizio meno spettacolare di un post sui social, ma è quello che conta.
Una cosa che abbiamo capito subito è che la sostenibilità non è qualcosa che fai “in più”, accanto a quello che già fai, ma è qualcosa che entra nel modo in cui fai le cose: quando scegli un fornitore, quando assumi una persona, quando progetti un nuovo modulo del software.
Diventa una lente attraverso cui passano le decisioni.
C’è poi un altro punto che ci ha colpito durante la formazione: la sostenibilità è un percorso di lungo termine, ma deve produrre risultati misurabili anche nel breve. Non basta dire “ci muoveremo in quella direzione”, ma servono obiettivi, target, indicatori. Serve un piano e serve qualcuno, in azienda, che ne sia responsabile.
Nei prossimi mesi proveremo a tradurre queste consapevolezze in scelte concrete.
Nel prossimo post torneremo sul tema parlando di greenwashing (che non riguarda solo il mondo dell’abbigliamento!), ma i modi in cui un’azienda si racconta sostenibile senza esserlo davvero.
È un argomento utile per chiunque, per capire come distinguere, da cliente o da imprenditore, una comunicazione onesta da una di facciata.
Un po’ di storia e alcune curiosità
La sostenibilità come concetto moderno nasce ufficialmente nel 1987 con la pubblicazione del Rapporto Brundtland (Our Common Future), elaborato dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite.
Il documento ne diede la prima definizione condivisa a livello internazionale: uno sviluppo capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.
Le radici dell’idea, però, sono molto più antiche.
Il termine stesso compare già nel 1713 in Germania, in ambito forestale, con la parola Nachhaltigkeit.
A coniarlo fu Hans Carl von Carlowitz, che non era un ecologista ma un amministratore minerario sassone: le miniere d’argento consumavano enormi quantità di legname per le gallerie e la fusione, mettendo a rischio le foreste della regione.
Nella sua opera Sylvicultura oeconomica formulò il principio di non tagliare più alberi di quanti il bosco potesse naturalmente rigenerare, per puro interesse economico-produttivo. È curioso che la parola “sostenibilità” nasca proprio da chi voleva garantire la continuità dello sfruttamento minerario.
La storia del concetto attraversa poi alcune tappe fondamentali.
Negli anni ’60 e ’70 cresce la consapevolezza ambientale, grazie ai movimenti ecologisti e soprattutto alla pubblicazione, nel 1972, del celebre rapporto I limiti dello sviluppo del Club di Roma.
Un dettaglio poco noto è che il rapporto nacque da una simulazione al computer chiamata World3, sviluppata al MIT: uno dei primi tentativi di modellare matematicamente il futuro dell’intero pianeta.
Il libro vendette milioni di copie e fu tradotto in decine di lingue, ma venne anche aspramente criticato per il suo pessimismo, alimentando per anni il dibattito tra “catastrofisti” e “ottimisti tecnologici”.
Sul Rapporto Brundtland del 1987 vale la pena aggiungere che il suo nome deriva da Gro Harlem Brundtland, che presiedette la commissione: medico di formazione, fu la prima donna a diventare Primo Ministro della Norvegia. Il titolo Our Common Future fu scelto per dare un tono unificante a un documento nato in piena Guerra Fredda, quando trovare un linguaggio condiviso tra blocchi contrapposti era tutt’altro che scontato.
Il riconoscimento globale arriva nel 1992, durante il Summit della Terra a Rio de Janeiro, dove la sostenibilità viene formalizzata come unione inscindibile di tutela ambientale, sviluppo economico ed equità sociale. Fu uno dei più grandi raduni di capi di Stato della storia fino ad allora, e da lì nacque anche la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, la cornice giuridica che porterà poi al Protocollo di Kyoto e, molto più tardi, all’Accordo di Parigi.
Proprio in quegli anni si afferma l’idea delle tre dimensioni della sostenibilità (ambientale, economica e sociale), spesso sintetizzata in inglese con la formula delle tre P, People, Planet, Profit.
L’espressione “triple bottom line” fu coniata nel 1994 dal consulente John Elkington ed è diventata uno dei modi più diffusi per spiegare il concetto, anche se lo stesso Elkington, anni dopo, propose provocatoriamente di “richiamarla indietro”, ritenendo che fosse stata svuotata di significato dall’uso puramente contabile che molte aziende ne facevano.
Infine, nel 2015 l’ONU adotta l’Agenda 2030, un piano d’azione globale articolato in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), pensati per sconfiggere la povertà, proteggere il pianeta e garantire prosperità a tutti.



