Lavoro nel mercato dell’ottica da quasi trent’anni. È un tempo sufficiente per aver visto evolvere prodotti, tecnologie, modelli di business. Ma c’è una cosa che, in tutti questi anni, è rimasta costante: le donne sono sempre state il motore silenzioso del settore.
Chi vive davvero i Centri Ottici indipendenti sa di cosa parlo. Per decenni, nelle aziende familiari, la scena si è ripetuta con poche varianti: il titolare prevalentemente concentrato sulla parte optometrica, tecnica, clinica; la moglie a occuparsi di tutto il resto. Clienti, amministrazione, gestione del personale, organizzazione, relazioni quotidiane. In sostanza, l’equilibrio dell’impresa.
Spesso questa distribuzione dei ruoli si è mantenuta anche nella generazione successiva. Fratelli e sorelle che, quasi naturalmente, si sono ritrovati a ricalcare lo stesso schema.
Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, è vero. Iniziano a esserci aziende guidate da donne, o realtà in cui la responsabilità imprenditoriale è davvero condivisa. E dal punto di vista professionale vedo sempre più donne presidiare la sala refrazione con competenza, sicurezza, autorevolezza.
Ai corsi di formazione, poi, la presenza femminile è spesso prevalente. Le donne studiano, si aggiornano, applicano. Sono attente, concrete, determinate.
Molto meno frequente, invece, è la loro presenza nei tavoli associativi o nei board. Se guardiamo i panel dei congressi di settore, la fotografia è ancora piuttosto chiara: quasi esclusivamente maschili, salvo rare eccezioni.
E questo non perché manchino le competenze.
Nel nostro settore esistono figure femminili di altissimo livello. Penso, ad esempio, a Maria Chiara Visentin, co-founder e anima imprenditoriale di Bludata, oltre che mia mentore e amica. Oggi porta avanti un ruolo strategico riconosciuto anche a livello internazionale, con una naturalezza che sembra quasi scontata.
La domanda che mi pongo, però, è un’altra: quella naturalezza è figlia di tempi davvero cambiati o è il risultato di anni di lavoro doppio, compromessi, equilibri faticosi, rospi mandati giù? Probabilmente un po’ entrambe le cose, ma credo che la seconda componente abbia avuto un peso significativo.
C’è poi un tema più ampio, che riguarda l’organizzazione della società in cui viviamo. Finché il carico familiare continuerà a ricadere prevalentemente sulle donne, sarà inevitabilmente più semplice per gli uomini muoversi, viaggiare, presidiare riunioni serali, partecipare a tavoli istituzionali.
Non è una questione ideologica, è una questione di tempo ed energia. Se uno dei due è più libero di uscire dal negozio, sarà più visibile. E la visibilità, nel tempo, costruisce ruolo.
Nel mio percorso professionale ho dovuto dimostrare competenza, certo, ma anche affrontare dinamiche che raramente toccano i colleghi uomini. Ci sono situazioni in cui non basta essere preparata: devi essere anche gradevole, curata, “presentabile” secondo codici non dichiarati. E capita, ancora oggi, che l’aspetto venga osservato con un’attenzione che nulla ha a che fare con la qualità del contributo professionale.
Così come non è raro che una donna in una posizione rilevante venga automaticamente percepita come “la moglie di” o “la figlia di”. Come se l’autorevolezza avesse bisogno di una tutela maschile per essere legittima.
Sono sfumature, certo. Ma sono sfumature che, sommate, fanno sistema.
Personalmente non ho mai pensato che la soluzione fosse essere scelte in quanto donne. Non credo nelle quote come fine, né nella presenza simbolica.
Credo però che l’obiettivo dovrebbe essere un altro: creare un contesto in cui nessuno venga escluso, neppure implicitamente, per ragioni di genere. Un contesto in cui la selezione avvenga per competenza, visione, contributo. Senza automatismi culturali, senza aspettative preconfezionate.
Questo articolo esce in occasione della Giornata Internazionale della Donna. E proprio per questo ho voluto evitare toni celebrativi o retorici.
Per me è sempre stato chiaro perché esista una giornata internazionale e non una semplice “festa”. Finché esisteranno differenze strutturali nell’accesso alla rappresentanza, finché alcune competenze dovranno essere dimostrate con un surplus di fatica, quella giornata avrà senso.
Le donne dell’ottica non sono una categoria da celebrare una volta l’anno. Sono una parte strutturale dell’identità del settore. Hanno sostenuto imprese, costruito relazioni, investito nella formazione, tenuto insieme famiglia e professione.
Oggi iniziano ad essere più visibili anche nei ruoli decisionali. La strada non è perfettamente in piano, ma è tracciata.
E forse il vero salto di qualità per il nostro mercato non sarà semplicemente avere più donne ai tavoli, ma smettere di considerare la loro presenza un’eccezione.



